Eros e desiderio così il maschio è messo a nudo

02 ottobre 2011 —   pagina 48   sezione: CULTURA

Quando ho iniziato a leggere l’ Autobiografia erotica di Aristide Gambìa è successo che già alla terza riga mi abbia invaso un’ allegria ingiustificata e una risata potente sia venuta su da sola dallo stomaco. È stato incontrare l’ espressione “le furibonde esigenze del cazzo” a strapparmela, ne sono convinta. Sgombrerei il campo dal dubbio che si trattasse della risata nervosa e imbarazzata di una signora perbene che si emoziona per le parolacce: non sono quel tipo di signora; garantisco invece che era una risata sana e liberatoria, quella di chi sa benissimo che quelle che chiamiamo parolacce sono parole come le altre alle quali capita la sventura di dover portare i pesi che noi non siamo in grado da soli di reggere. Quando ti succede di incontrare qualcuno che capisce e ripara questa ingiustizia semantica, non importa come va avanti il romanzo: già gli vuoi bene. Se poi questo qualcuno è Domenico Starnone, uno scrittore tra i più raffinati e complessi dello scenario autoriale italiano, il monte di fiducia si erge senza sforzo fino alla credulità più completa. Andando in giro per le pagine di questo straordinario romanzo è facile credere che sia possibile raccontare la vita di un uomo e del suo tempo attraverso l’ incontro esplicito con le donne in cui è entrato come maschio. È perfettamente possibile che la vita erotica di Aristide Gambìa appaia in grado di rivelare di lui (e del lettore che si trova a sbirciarla senza veli) più di quanto egli stesso pensa di sapere di sé. Diventa pensabile persino immaginare che il rapporto misterioso tra maschile e femminile, quel suo senso sempre inquinato dai sensi che nessuno è riuscito mai a svelare appieno, possa apparire di colpo comprensibile passando per la via genitale, ma a patto di chiamarla per nome e cognome. Non dirò che il sesso in questo libro è metafora d’ altro, perché sarebbe fargli un torto. Il sesso tra queste pagine non ha bisogno di essere giustificato intellettualmente. Quello che fa l’ uomo chiamato Aristide Gambìa con le sue diversee conturbanti compagne di letto si spiega con la carne fino all’ ultimo spasmo, con lo sbocco del desiderio straripante di un maschio che solo fino a un certo punto può permettersi di dare alle sue estremità dei nomi pudichi: se vuole dire la propria verità fino in fondo, il pene deve chiamarlo cazzo e la vulva delle sue donne deve chiamala fessa e pucchiacca, parole dialettali con l’ innegabile vantaggio di presentarsi alla mente già piene di umori. Quando Aristide Gambìa riceve la lettera di Mariella Ruiz – una donna che non solo chiama le cose del sesso con i suoi stessi nomi e afferma di averle compiute con lui vent’ anni prima, ma ha anche qualcosa di sorprendente da rivelargli – tutto cambia: quello che fino a quel momento era stato lo scorrere appena arginato della vena di un desiderio spontaneo comincia a prendere la forma di un percorso di consapevolezzaa ritroso, fatto di odori e sapori inconfessabili, infanzie avide di proibito, adolescenze odorose di richiami erotici e soprattutto adultità confuse, quasi mai capaci di immaginare un godimento senza il corrispettivo di un dovere. Ad Aristide Gambìa, brutto, tenero e qualche volta stupido nella sua percezione unilaterale del mondo, ci si affeziona sin troppo presto. Credo dipenda dal fatto che più volte scorrendo la sua storia ci si rende conto che c’ è qualcosa di pacificato in questo romanzoe che il senso di compiutezza e risoluzione che si avverte riguarda proprio il maschile, il femminile e la loro messa in scena letteraria, piena di compassione. Più volte tra le sue moltissime pagine mi sono sorpresa a pensare che era bello leggere finalmente un romanzo dove le donne e gli uomini non apparissero marionette ruolanti, ma creature vere, amate e credute dal loro autore a un punto tale che alla fine ci puoi credere senza timore anche tu. Proprio mentre giungevo a questa consolatoria conclusione, Domenico Starnone ha deciso che bastava così, che l’ incredulità del lettore nonè un bene infinito e che l’ autore può sopportare che venga sospesa solo fino a un certo punto: poi bisogna assestare un calcio preciso e violento alla sedia sulla quale il lettore sta seduto e scaraventarlo a terra davanti a tutte le evidenze della finzione. Non è la prima volta che Starnone fa una cosa simile: era già successo in Via Gemito, e più ancora in Prima esecuzione e nell’ ultimo romanzo, quello Spavento che così deliberatamente mischiava le carte tra protagonista e autore. In questo romanzo Starnone porta il suo processo di disvelamento fino all’ estrema conseguenza, abbattendo tutte le impalcature di cartone tra realismo e realtà. L’ ultima parte del romanzoè totalmente destabilizzantee sembra dire al lettore che uno scrittore – sicuramente questo scrittore – non sta raccontando niente se non esplicita di star raccontando di sé. Come a dire che non è l’ efficacia narrativa che conta, nemmeno quando, come in questo libro, è alta al punto da poterla definire eccellente senza abusare del termine; conta il meccanismo che la genera e Starnone è davvero convinto che il lettore debba vederlo fino all’ ultimo ingranaggio. Sono sicura che mi perdonerà se, da lettore magari un po’ demodé, resto del parere che gli ingranaggi in un romanzo siano affari dell’ autore. © RIPRODUZIONE RISERVATA – MICHELA MURGIA

Fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/02/eros-desiderio-cosi-il-maschio-messo-nudo.html

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