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lug 18

Un anno in prigione per una poesia

Voi, strappandomi i mari, la rincorsa, lo slancio
e dando al piede il sostegno di una terra forzata,
che avete escogitato? Un calcolo sagace:
il moto delle labbra non può venir sottratto.
Osip Mandel´stam

***

Chissà se nel Bahrein qualcosa sta cambiando. È passato più di un mese da quando il re Hamad ha revocato la legge marziale introdotta a marzo, eppure le notizie che arrivano dall’isola-Stato raccontano ancora una repressione feroce e sistematica.

Tra i Paesi coinvolti nella Primavera araba, il Bahrain è uno di quelli che sembra aver eletto a bersaglio le donne: si parla di centinaia di arresti, di torture e violenze, di condanne esemplari. La colpa, spesso, è semplicemente quella di coltivare una speranza.
Ayat al-Gormezi è una studentessa di vent’anni che questa speranza l’ha raccontata attraverso le sue poesie, lette ad alta voce a Pearl Square durante una delle manifestazioni di febbraio.

A noi non piace vivere in un palazzo
E non cerchiamo il potere
Noi siamo le persone che
Frantumano l’umiliazione
E rigettano l’oppressione
Con la pace come nostro strumento
Noi siamo le persone che
Non vogliono che altri vivano nelle Ere Oscure.

E ancora, rivolgendosi direttamente al re:

Noi siamo la gente che
Ucciderà l’umiliazione
E assassinerà la miseria
Non udite i loro pianti?
Non udite le loro grida?

Una richiesta di cambiamento che fa eco a quelle gridate in Egitto, in Tunisia, in Libia.
Bastano poche settimane perché attraverso le foto della manifestazione le forze di sicurezza risalgano ad Ayat. Per costringerla a costituirsi, ha raccontato la madre, hanno minacciato di uccidere i suoi fratelli. E così la giovane poetessa si è consegnata alla polizia. Doveva essere un interrogatorio, si è trasformato in condanna: un anno di reclusione, così la corte marziale ha deciso di punire «la ribelle».
Da allora le notizie erano poche e sconfortanti, tantissime erano invece le testimonianze di altre donne che durante la prigionia avevano subito ogni tipo di tortura fisica e psicologica. Finché, anche grazie all’intervento di Amnesty International e all’organizzazione Artists Speak Out (già molto attiva nella campagna per la liberazione di Ai Weiwei) che hanno sollecitato l’attenzione dei media occidentali, dopo 106 giorni Ayat al-Gormezi è tornata a casa.
Rilasciata, ma questo non significa libera: la ragazza si trova adesso agli arresti domiciliari, e dovrà affrontare un processo nel quale dovrà difendersi dalle accuse di «adunata sediziosa».

Einaudi

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