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lug 08

Lettera a Assad “Ascolti il popolo che invento l’alfabeto”

06 luglio 2011 —   pagina 1   sezione: prima pagina

SIGNOR Presidente Bashar Al Assad, nessuno crede, non sarebbe realistico, che la democrazia possa realizzarsi in Siria immediatamente dopo la caduta dell’attuale regime. Ma al confronto, è incredibile e irrealistico che prosegua in Siria la violenza sistematica per ristabilire l’ordine, ed è questo il problema: da una parte, in Siria, la democrazia non potrà nascere se non nell’ambito di condizioni e principi inderogabili. Ma occorre gettarne le basi, fin dall’inizio, ora e non domani. D’altro canto, senza la democrazia ci sarà soltanto arretramento, fino a giungere al baratro.

È superfluo dire che gli arabi, politicamente, nella loro storia recente come in quella antica, non hanno conosciuto la democrazia. Essa è estranea al loro patrimonio culturale. Questo non significa che sia impossibile lavorare per fondarla, tale lavoro coraggioso ha preso il via dagli albori dell’indipendenza. Significa, invece, che è un’opera che richiede condizioni politiche basilari. La prima di queste condizioni è il passaggio della società, politico e culturale, dal «tempo del cielo, collettivo e divino» al «tempo terreno, individuale e umano», altrimenti detto: una totale separazione tra ciò che è religioso, e ciò che è politico, sociale e culturale. Per questo hanno lottato, dai primi secoli della fondazione dello Stato arabo islamico fino a oggi, molti pensatori e poeti arabi che non soltanto hanno fallito, ma sono stati scherniti, uccisi e accusati di apostasia.

La religione istituzionale è stata quella vincente, e tuttora continua a vincere. Mischiare il religioso al politico è ancora alle basi della concezione e della pratica nella vita arabo-islamica. È il principio con cui viene legalmente ucciso l’uomo: a volte come pensiero, a volte fisicamente, a causa dell’interpretazione del Testo. Come può nascere una democrazia in un clima che non tiene conto della libertà individuale, rifiutando l’altro, il diverso, uccidendolo o accusandolo di apostasia, e non vede la vita, la cultura e le civiltà dell’uomo se non attraverso lo specchio della sua lettura del Testo, che è, come sappiamo, varia? Fondamentalmente non vi è democrazia nella religione, nel senso comune come noto in ambito culturale grecooccidentale. La religione è per natura l’appartenenza al cielo, la terra è vincolata al cielo, come gli uomini ai Testi.

Fondare la democrazia presuppone quindi la totale separazione di ciò che è religioso da una parte, e ciò che è politico, sociale e culturale dall’altra. Questo è quanto il partito arabo socialista Baath non ha fatto. Anzi al contrario, ha indossato i vecchi panni: ha dominato l’arena del vecchio «gioco» e governato con la vecchia mentalità. Così nella prassi si è trasformato in un partito semi «razzista» per tutto quello che riguarda le etnie non arabe, specialmente i curdi. Tutti gli esperti concordano nel dire che l’esperienza partitica ideologica nella vita araba ha fallito su tutti i fronti, e ha fallito anche il suo modello comunista. Il partito arabo socialista Baath è parte di questo fallimento. Non è riuscito a mantenere il controllo sulla Siria con la forza dell’ideologia bensì con il pugno di ferro. Ma l’esperienza storica conferma che il pugno, cheè stato saldo, non può assicurare il dominio se non per un breve periodo e non può offrire al popolo che lo smembramento e l’arretramento oltre all’umiliazione della dignità umana.

Signor presidente, il partito non ha fondato nulla che si possa considerare nuovo e importante, in nessun settore, anzi, esso nella pratica e sul piano culturale è un partito tradizionale, reazionario e in molti casi religioso, specie nell’istruzione. Non ha dato alcuna importanza all’uomo in quanto tale, al di là delle sue appartenenze. Non ha costruito una sola istituzione modello del sapere.È stata una sorta di associazione «religiosa»: ha ostacolato lo sviluppo di una libera cultura urbana, minato la moralità degli uomini, valutando la cultura in base alla fedeltà e considerando nemici i suoi nemici.

Il difetto delle autorità del partito consiste nell’aver fatto proprio un contesto vecchio confermandone logiche e metodi. Si sono inserite in un Testo politico e religioso che poteva solo fagocitare chi vi entra. Così si è prodotta la cultura dei favori, dell’esclusione, delle accuse, oltre alla cultura tribale, confessionale, di clan. Il partito ha fatto proprio tutto ciò per un solo obiettivo: detenere il potere. Era interessato più al potere che alla costruzione di una società nuova, una cultura nuova, un uomo nuovo. Così il suo potere si è trasformato in potere reazionario che non richiede una rivoluzione per abbatterlo perché esso porta in sé il seme della sua caduta. Nessuno mette in dubbio che rivendicare la democrazia non implica necessariamente che chi la rivendica sia veramente democratico. La democrazia si realizza soltanto con due fattori: appartenere in quanto cittadino alla società quale unità indivisibile, prima di appartenere a una religione o a un’etnia; riconoscere l’altro, il diverso in quanto, come me, membro di questa società, con gli stessi miei diritti. È corretto che il pensiero orienti, ma non governi. Per questo il pensiero dell’opposizione deve essere anch’esso chiaro.

Nel momento in cui l’opposizione, o parte di essa, in Siria rivendica la caduta del regime, dovrà esplicitare i suoi obiettivi per il dopo regime. Ma qual è l’opposizione oggi? Ci sono «voci», pensatori, scrittori, artisti, intellettuali, giovani, che hanno punti di vista e aspirazioni nobili e giuste, ma non accomunati da un documento che chiariscai loro obiettivi. Una voce che non si concretizza rimane voce ma non entra necessariamente nel tessuto pratico della realtà, ne rimane al di sotto o al di sopra.

Signor presidente, la sfida che ha di fronte è duplice. Primo, che lei svolga la sua attività oggi non in quanto presidente di un partito ma di un popolo. È necessario, in qualità di presidente eletto, preparare il terreno per l’alternanza di governo in base a elezioni libere. Secondo: osservare la situazione siriana con una prospettiva che vada oltre i limiti della sicurezza e che comprenda che la permanenza del partito come guida non convince più la maggioranza dei siriani. Così la questione non è più di salvaguardia del regime, la questione è salvare la Siria, popolo e terra. Diversamente, sarà il partito il primo a contribuire non solo alla propria distruzione ma anche a quella dell’intera Siria.

Signor presidente, la Siria ha bisogno oggi più che mai di inventare per gli arabi un abbecedario politico per completare ciò che aveva inventato in passato in molti campi. Tale abbecedario si regge sul rifiuto dell’identificazione tra patria e partito, tra leader e popolo. Quest’identificazione è propria solo dei tiranni. Il califfo Omar non l’aveva praticata e nemmeno l’imam Ali. Lei ora è invitato a smantellare quest’identificazione tra Siria e partito arabo socialista al-Baath. La Siria è più vasta, più ricca, più grande per essere riassunta in questo o qualsiasi altro partito. Lei è invitato, quindi, umanamente e civilmente, a essere dalla parte della Siria, non dalla parte del partito. L’esperienza conferma il suo totale fallimento. È inutile l’arroganza. La forza o la violenza serviranno soloa confermare il contrario. Le prigioni possono contenere gli individui ma non possono contenere i popoli. Le prigioni politiche indicano soltanto il fallimento. Anzi il partito nella sua gestione del potere in tutto questo periodo ha molto danneggiato l’identità culturale siriana. Ha privilegiato l’appartenenza alla razza e alla religione anziché alla lingua e alla cultura, fondando così una culturaa una sola dimensione, prodotta da una società a una sola dimensione. Una cultura ristretta, nostalgica, basata sulla contrapposizione: accusare il diverso di tradimento e apostasia, rifiutarlo. Un panarabismo che ha preso il posto della teologia.

Signor presidente, occorre una revisione radicale, anche se il partito riuscisse a fermare la rivoluzione. Senza questo, sarà esso stesso un elemento fondamentale nel crollo totale: spingere la Siria verso una lunga guerra civile che potrebbe essere più pericolosa di quanto successo in Iraq, perché porterebbe alla lacerazione di questa terra singolare chiamata Siria. Spingerà di conseguenza tutti i suoi abitanti, inventori dell’alfabeto,a vagare nelle latitudini di una terra che promette solo cavalli di angeli che volano con le ali dei sette cieli.

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Fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/07/06/lettera-assad.html

 

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