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LA VERSIONE DEL FIGLIO

06 settembre 2011 —   pagina 41   sezione: CULTURA

Un padre misteriosamente scomparso, un figlio che per cercarne le tracce prova a mettersi letteralmente nei panni del genitore, fino a sentirsi attratto dalla donna che lo amava. La storia narrata da Hisham Matar propone un classico triangolo di sentimenti e passioni, sennonché nasce da una tragedia autentica che ora è diventata anche di attualità.

Nella realtà suo padre, un dissidente libico, è stato arrestato e poi è sparito nelle carceri di Gheddafi, dove soltanto adesso, dopo la rivolta che ha spodestato il quarantennale regime del colonnello, l’ autore può sperare di ritrovarlo. Già il suo romanzo di esordio, Nessuno al mondo, uscito cinque anni fa, finalista al Booker Prize, tradotto in decine di lingue, aveva elementi autobiografici. Ma nel secondo, Anatomia di una scomparsa (anch’ esso pubblicato in Italia da Einaudi – lo scrittore lo presenterà sabato prossimo al Festival Letteratura di Mantova), il 41enne Matar va più a fondo nel confrontare i dubbi che lo tormentano, sebbene neghi di raccontare una vicenda solamente personale: «Ogni figlio finisce per cercare di ritrovare il proprio padre solo dopo che l’ ha perduto», dice nella sua casa di Londra. Per quanto tempo si è tenuto dentro questo romanzo, prima di cominciare a scriverlo? «Per meè importante partire con un materiale minimo: un gesto, una frase o, in questo caso, la sensazione di un personaggio. Se dall’ inizio so troppo della storia che intendo scrivere, perdo interesse. Non avevo idea, per esempio, dell’ aspetto di Nuri, il protagonista della mia storia, e del resto se Nuri entrasse adesso in questa stanza farei fatica a riconoscerlo, eppure avevo una netta impressione di che tipo fosse». Quanto c’ è di lei in Nuri, il figlio che cerca il padre scomparso? «Non puoi scrivere di qualcuno, o perfino di qualcosa, senza diventare quella persona o quella cosa. Quando scrivo di una donna, io sono una donna; quando scrivo di un ragazzo, sono un ragazzo. Sono anche il tavolo che descrivo,e la luna,e la morte». Voleva anche raccontare una metafora del rapporto figli-padri in generale? Tutti noi perdiamo il padre, presto o tardi, e spesso andiamo a “cercarlo”, tentiamo di capirlo, solo dopo che è scomparso. «Sì, è così. Uno dei pensieri ricorrenti che ho avuto mentre scrivevo Anatomia di una scomparsa riguardava esattamente questa domanda: se è mai possibile conoscere davvero il proprio padre, quest’ uomo che ci è infinitamente vicino eppure rimane distante, misterioso. Una delle tragiche caratteristiche delle relazioni umane è che il solo modo in cui possiamo misurare la vera identità di una persona sembra essere dopo che ci ha lasciati». Un padre e un figlio attratti, sia pure in modo diverso, dalla stessa donna. Che cosa voleva dire su questo triangolo sentimentale? «Temo che, se lo specificassi chiaramente, andrebbe perduta l’ essenza di ciò che intendevo. Mi limitereia dire che il personaggio femminile non esiste tanto per distinguere il padre dal figlio, quanto per accentuare le possibilità emozionali del loro rapporto». Senza anticipare come finisce, si può rivelare che la vicenda ha una sorta di finale aperto. Non necessariamente un lieto fine, ma con un messaggio di speranza? «Ho cercato di rispecchiare la vita. Niente finisce mai del tutto. Inoltre mi interessava creare una struttura circolare, che lasciasse un’ eco nel lettore dopo avere finito il libro. Una delle ambizioni di un romanziereè toccare la vita interiore di un altro essere umano, lasciare una traccia nella memoria dei lettori. Perciò volevo un finale che fosse soddisfacente, autentico, onesto e musicalmente giusto, ma che al tempo stesso lasciasse un’ impronta nella mente di chi legge». Nel contesto degli avvenimenti odierni, è impossibile non leggere il suo libro anche come una dichiarazione politica. Condivide le speranze suscitate dalla Primavera Araba? «Ciò che è accaduto negli ultimi sei mesi nel mondo arabo ha un tale rilievo che dovrà passare almeno una generazione per coglierne l’ esatto significato. In Tunisia, Egitto e Libia, non solo l’ intellighenzia, ma tutti, la classe lavoratrice e l’ élite, i tradizionalisti e i modernizzatori, i religiosi e i laici, hanno intravisto un sogno comune. Per un momento, abbiamo visto la possibilità di una realtà differente, in cui nessuno è al di sopra della legge. Un futuro in cui giustizia e dignità non sono appannaggio esclusivo dei ricchi e dei potenti, ma anche dei deboli, dei poveri, dei non istruiti. Un futuro in cui essere finalmente liberi dai despoti che ci hanno oppresso e dalle potenze straniere che ne erano complici. Quel futuro potrà temporaneamente appannarsi, potranno esserci errori, potremo perfino perdere a tratti fiducia in quel sogno. Ma una cosa è certa: la nostra immaginazione politica e collettiva non sarà mai più la stessa. Non ho mai visto il popolo libico più fiducioso ed entusiasta. Per una giovane nazione che negli ultimi quattro decenni ha sofferto umiliazioni, paura e dolore, questa è una svolta epocale». Lei è libico di origine ma è cresciuto in diversi paesi, in Occidente e in Medio Oriente: come scrittore, a quale mondo sente di appartenere di più? «Ho vissuto per la maggior parte in Europa, sono nato in America, sono cresciuto in parte in Egitto, dove la mia famiglia continua a risiedere. Mi sento molto attaccato a tutti questi luoghi. Ma nonostante avessi solo 8 anni quando i miei genitori lasciarono la Libia, ho continuato a sentire un profondo legame con il mio paese. Forse perché quei primi 8 anni mi hanno lasciato un marchio indelebile, forse per gli straordinari sacrifici che la mia famiglia ha fatto per la Libia: mio nonno combatté contro l’ esercito invasore italiano, mio padre e mio zio hanno resistito alla dittatura di Gheddafi, e ora uno dei miei cugini è rimasto ucciso combattendo con le forze ribelli durante la presa del quartier generale del colonnello a Tripoli. Anche se in fin dei conti la mia vera patria è la scrivania a cui scrivo». Cosa sta facendo in questi giorni per sapere qualcosa di suo padre? Si aspetta un aiuto in questo senso da governi come quello italiano, che attraverso le sue società petrolifere hanno sempre avuto e manterranno stretti rapporti con le autorità libiche? «Essere libico ti fa sentire come una donna picchiata e tenuta chiusa in casa dal marito. Dall’ altra parte della strada c’ è una magnifica villa, chiamata America ed Europa,i cui inquilini vedono tutto quello che accade nella casa: le tende tirate per nascondere gli abusi, la donna con il volto tumefatto dalle botte. Eppure quando incontrano per strada il marito, si tolgono il cappello e lo salutano educatamente. L’ Italia sapeva benissimo quel che Gheddafi faceva alla propria gente, ma preferiva fare finta di niente. Era un rapporto parassitario, che offendeva i libici e svergognava gli italiani. Ora spero che da entrambe le parti possa nascere una relazione nuova ed onorevole. Non mi aspetto che sia guidata da politici e aziende corrotte, ma dalle persone di cultura, da coloro che credono nella pace e nella giustizia». – ENRICO FRANCESCHINI

Fonte:http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/09/06/la-versione-del-figlio.html

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