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set 27

Che Guevara, i diari della battaglia “Non abbiamo tempo per seppellire gli eroi”

L’assalto alla caserma, l’imboscata, le discussioni con Fidel castro, i compagni caduti. Ma anche i dubbi. Escono a Cuba per la prima volta i taccuini che Guevara scrisse sulla Sierra Maestra. Eccoli in esclusiva per Repubblica di ERNESTO CHE GUEVARA

Che Guevara, i diari della battaglia "Non abbiamo tempo per seppellire gli eroi"

1957: MAGGIO
Senza molta fretta, ci mettiamo in marcia. Giunti sul luogo dell’imboscata del giorno prima, ci raggiunge uno dei nostri uomini staffetta che porta un prigioniero che, secondo alcuni informatori, sarebbe un poliziotto travestito.
Dall’interrogatorio non esce fuori nulla di concreto; lui dice di essere un fidelista e che vuole unirsi a noi.
Siamo rimasti imboscati per tutto il giorno e nel corso della giornata è sorta una discussione con Fidel perché io dicevo che non si poteva sprecare l’opportunità di prendere cinquanta o sessanta guardie in un’imboscata, e lui che non si può attaccare se non una caserma per la forza simbolica che questo comporta.
Per cominciare si è pensato di attaccare Uvedo che ha sessanta soldati […].

Fidel pensa che Casillas (il colonnello che Batista aveva messo al comando del Terzo Distretto Militare Las Villas, ndr) sia vicino e ordina l’avanzata in contemporanea di 80 uomini sul posto. Abbiamo preso posizione quando ci hanno informato che era tutto tranquillo e che le spie erano state catturate. Dopo un po’ sono arrivati i prigionieri, un bianco e un nero; il bianco piangeva a calde lacrime. Hanno confessato di aver avuto l’ordine da Casillas di andare in giro a scoprire qualcosa. Non suscitavano pena ma ripugnanza per la loro vigliaccheria.

Gli ordini prevedevano di impadronirci dei posti di guardia e di avanzare sulla caserma per crivellarla di colpi. La mappa della zona di combattimento era questa:

Con il far del giorno, ci siamo trovati davanti la sgradevole scoperta che la caserma non si vedeva. Alcuni gruppi hanno sbagliato direzione e a un altro avevano dato delle cattive informazioni e il suo gruppo non dominava la caserma come gli avevano detto. La mia posizione mi permetteva di sparare sulla caserma a una distanza di circa 500 metri. Appena dato l’ordine di aprire il fuoco, con lo sparo di Fidel, le mitragliatrici hanno cominciato a crepitare. La caserma ha risposto al fuoco e in modo abbastanza efficace, come poi sono venuto a sapere […]. Abbiamo continuato ad avanzare e 2 che sono corsi verso il batey (villaggi costruiti in mezzo alle piantagioni di canna da zucchero, ndr) sono sfuggiti al mio Madzen. Non avendo più cespugli dietro cui trascinarci, cade accanto a me il vecchio Leal e vado a soccorrerlo, il colpo gli ha trapassato la testa, interessando la massa encefalica all’altezza della circonvoluzione parietale sinistra e non riusciva a muovere la mano destra. Gli faccio un po’ d’aria, copro la ferita con un pezzo di carta e lo affido a Joel mentre io riprendo il mitra, quasi subito, tuttavia, la caserma e i posti di guardia si arrendono […].

La battaglia si era svolta così: dopo lo sparo e le raffiche siamo avanzati tutti, meno lo stato maggiore. Lì c’era Julito [Díaz], appostato dietro un tronco, quando gli hanno sparato in un occhio ed è morto poco dopo. Il vecchio Eligio Mendoza, l’uomo pratico della zona, si è gettato nella mischia con un fuciletto che gli avevano dato e si è preso un proiettile nel ventre, morendo poco dopo. Jorge è avanzato alla testa del suo plotone, ma è stato respinto e si è dovuto buttare in acqua per non farsi ammazzare, “el policía” era dietro di lui e lo hanno ammazzato; nell’avanzata sono stati feriti Manals e Quique Escalona al braccio, a una mano e al gluteo destro; Anselmo Vega, del plotone di Guillermo, si è fatto troppo avanti ed è stato abbattuto, morto. Luis Crespo è venuto dallo stato maggiore per aiutare e siamo riusciti a sterminare il posto di guardia quando ormai non faceva quasi più resistenza. Sul posto sono rimasti tre uomini, il quarto è uscito di corsa ed è stato colpito e ucciso sulla spiaggia. Almeida è avanzato con i suoi uomini sul posto di guardia e anche loro hanno ucciso 3 uomini, ma ce n’era ancora qualcuno che ha fatto molte vittime provocando un allarme perché i nostri credevano che a sparare fossero i nostri compagni. Raúl (Castro, fratello di Fidel, ndr) ha separato il suo plotone e Nano [Díaz] è stato mandato in basso con la mitragliatrice. È arrivato quasi fino alla caserma con il suo treppiedi e quando questa si è arresa ha proseguito con la pistola. In quel momento una nostra raffica di mitragliatrice ha provocato la replica degli uomini della caserma, e Nano è caduto ferito a morte alla testa. Acuña era con noi e mentre andava a soccorrere Leal è stato ferito alla mano e al braccio destri, allora si è trascinato per uscire dalla linea di fuoco e trovandosi davanti Almeida ferito lo ha portato con sé fino alla retroguardia. Il plotone di Crescencio non è quasi intervenuto per il fatto che la mitragliatrice non ha funzionato: si trovava nel posto migliore per attaccare la caserma. Quando gli uomini si sono arresi, [Víctor] Mora e Vitalio [Torres], dell’avanguardia, hanno catturato il soldato che ci sparava addosso e con il prigioniero siamo andati a prendere il medico e il suo aiutante; dopo avergli affidato i feriti ho proceduto a perlustrare il batey dove ho trovato altre due guardie. I loro feriti sono stati 19, i morti 12, oltre a 14 prigionieri, se si considera che erano 51 esclusi i sanitari, si ritiene che siano scappate 6 guardie. La cosa stupefacente nel corso della battaglia che è durata 2 ore e tre quarti è che nessun civile è stato ferito. In serata ho potuto prendermi cura dei feriti e dormire che era il mio più grande desiderio […].

1958: Luglio
Si è dato ordine a tutti gli uomini perché si preparino a scendere perché alle 6 è terminata la tregua. Raúl rimarrà sulla Maestra con i suoi uomini e Fonso, tutti gli altri piomberanno su Las Vegas [de Jibacoa], appoggiati da 30 uomini di Camilo che si troverà in un posto intermedio per attaccare Las Vegas o i rinforzi di Santo Domingo. È andato tutto storto perché gli uomini non si sono attenuti agli ordini e sono rimasti a metà strada o qualcosa del genere e infatti non si sono potuti trovare. Il messaggero che doveva fare da contatto con Camilo non si è degnato di svegliarmi e si è addormentato tranquillamente.
Il piano d’attacco a Las Vegas è il seguente:

[…] Arriva un messaggio che chiede un medico, perché Daniel ha una brutta ferita. Ho passato il messaggio a Las Vegas e sono andato di corsa con quello che avevo a portata di mano per riuscire a vedere solo il suo cadavere. Daniel era morto per la ferita causata da un mortaio nello stomaco, era di 10 centimetri ma si sarebbe potuto salvare se avesse avuto delle cure immediate. L’imboscata  era viziata da vari errori gravi ma aveva lasciato un saldo di 16 soldati morti e altrettanti gravemente feriti da una mina. Gli uomini si sono affrettati per andare a cercare le guardie e un mortaio ha colpito Daniel; c’è stato un momento di confusione e lui è rimasto solo con il suo piccolo gruppo, ferito, e ha dovuto passare per una via crucis fino alla morte, qualche ora dopo. Delle profonde divergenze ideologiche mi separavano da René Ramos (detto Daniel, ndr) ed eravamo nemici politici, ma ha saputo morire compiendo il suo dovere, in prima linea e chi muore così lo fa perché sente un impulso interiore che io gli avevo negato e che ora rettifico. Senza aver tempo per il lutto, proseguiamo per Las Mercedes, organizziamo un assedio, senza sapere con sicurezza se ci sono o no le guardie.

Traduzione di Luis E. Moriones
(da Diario de un combatiente, © 2011 Aleida March y el Centro
de Estudios Che Guevara, © 2011 Ocean Press y Ocean Sur)

(25 settembre 2011) © Riproduzione riservata

Fonte: http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/09/25/news/che_guevara-22188924/

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