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lug 23

LA MASCHERA DEL PENITENTE

21 luglio 2011 —   pagina 1-27   sezione: PRIMA PAGINA

GALERA è parola difficile da pronunziare ed è sempre meglio non applaudire la galera, anche quando è strameritata. Ma forse l’ onorevole Alfonso Papa se l’ è conquistata proprio quando alla Camera ieri ha evocato i figli e la moglie, un dolente “tengo famiglia” che è al tempo stesso il tallone di Achille e il punto di forza della politica italiana. In una famiglia ciascuno ha le proprie abitudini, le proprie manie, la propria poltrona. «Bisognerà spiegare loro perché papà non torna a casa». Ma Alfonso Papa è un ex magistrato e dunque ben conosce il confine tra la giustizia e la pietà. E sa che la famiglia è l’ unico argomento che mai può essere giudicato. Nelle carceri c’ è il vetro o la tavolaccia ad impedire gli abbracci, i sussurri, i bisbigli e i sospiri tra i familiari. E addosso ieri Papa non si portava le immagini della moglie e dei figli ma quella orribile foto con il ricettatore. E c’ erano pure quelle terribili intercettazioni quando la sua voce non era così accorata, non era così infelice. Era un altro Papa quello, un Papa con il fuoco nella testa, un Papa che non somiglia all’ uomo curvo e tormentato che scrive memoriali strappalacrime e cerca di prendere tutti sottobraccio. Ma forse il crepuscolarismo è la malattia senile della gente berlusconiana, che una volta era invece tracotante. Di sicuro non ci sono più il ghigno di Previti e la risata di Confalonieri ma c’ è la faccia ordinaria da traffichino ordinario di questo Alfonso Papa appunto, che prima è andato a Messa, dettaglio del diavolo: a Messa come Andreotti,a Messa come Cuffaro… Quella del penitente è la maschera estrema, così come quella della famiglia è la risorsa estrema: sono le due trappole retoriche più abusate dai colpevoli. L’ innocente invece resta impietrito, come Enzo Tortora nella famosa foto con gli schiavettoni. Lo sguardo fisso e la camicia bianca delle grandi occasioni, poi Papa è andato avanti e indietro a caccia di pacche sulla spalla, ma nessuno gli è veramente solidale perchéè una bandiera sì, ma impresentabile, è il presunto malfattore malfatto: «Ci tocca – ha confessato ieri sera Fabrizio Cicchitto a un giornalista amico – di invidiare al Pd anche Tedesco che, almeno, ha l’ aria del malfattore ben fatto». Alberto Tedescoè stato edè molto più elegante, ma la doppia morale del Parlamento è la sola pena che Alfonso Papa sicuramente non merita. Persino la radicale Rita Bernardini che difende Caino, che nega l’ esistenza dei “mostri” e che, appunto, odia la parola «galera», persino la signora del garantismo italiano non se l’ è sentita di mettere la faccia di Papa al posto di quella di Tortora. E però “galera” rimane una brutta parola. Anche se il Papa che, alla fine, vota per se stesso tornaa somigliare al furbo che delinqueva con Bisignani. E certo, si potranno conoscere meglio circostanze e schieramenti di questa dissoluzione, si potrà valutare il voto di questo alla Camera e il voto di quello al Senato, si potrà cercare un senso politico in questa nebulosa che è la maggioranza in rovina, ma rimarrà questo rantolo di vita disperata del berlusconismo che chiede pietà. Infatti Papa è il patibolare simbolo del viale del tramonto. Con gli Scilipoti e con i Bisignani, con le Minetti e con la combriccola dei manipolatori Rai ha definitivamente sostituito la gigantesca pelata di Galliani, il vecchio mondo di Sandrae Raimondo, di Mike Bongiorno, della barca “Principessa vai via”. Papa in galera è il solito ignoto del berlusconismo di fine epoca, traffica in Rolex, al suo confronto l’ avvocato Mills è Arsenio Lupin. E il dibattito alla Camera non ha certo avuto la grandezza del dibattito che assolse Craxi nella famosa giornata delle monetine. Papa infatti è schiacciato sotto le sue responsabilità e persino l’ onorevole Sisto, che pure ha pronunziato la difesa più appassionata, è stato costretto a parlare d’ altro, non di Papa ma di quei deputati che il Parlamento aveva già protetto dall’ arresto. Ma intanto in privato tutti raccontavano storiacce sul conto di Papa, storiacce vere, colpevolezze grevi, porcherie. E ridevano, e schernivano, e disprezzavano, anche se poi con l’ aria più innocente del mondo hanno detto che un deputato non si arresta, non è giusto, «un deputato, qualsiasi deputato» porta in sé e riassume in ogni attimo della sua vita politica tutta la categoria, così come il nobile gentiluomo porta con sé la sua famiglia e i suoi antenati. «Metterlo in galera significherebbe mettere in galera il Parlamento», sintetizzava Sisto. Ma Papa sapeva che mai gli avrebbero lanciato le monetine, sapeva infatti di essere anonimo, di non essere all’ altezza di un identikit. «Sono un prigioniero politico» ha dichiarato prima di consegnarsi. Nel dizionario dei luoghi comuni l’ italiano sotto processo è sempre indeciso tra le due formule uguali e contrarie: «sono un prigioniero politico» appunto, oppure «ho piena fiducia nella magistratura». Di Papa resteranno le impronte digitali e il Rolex. Mai Berlusconi avrebbe immaginato che dai lustrini e dall’ allegria del

biscione sarebbe passato al crepuscolo degli anonimi. – FRANCESCO MERLO

Fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/07/21/la-maschera-del-penitente.html

 

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