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mar 24

AFFAIRE” LIBYE

“AFFAIRE”  LIBYE   – INTRODUZIONE  di Emilio Borelli

Inganno nucleare. Inganno mediatico. Inganno militare. Sulla stampa italiana nelle ultime settimane vari inganni appaiono quotidianamente da protagonisti, tra le righe oppure conclamati. Un presidente degli Stati Uniti d’America che avrebbe potuto passare alla storia come uomo della svolta, primo presidente nero per di più precocemente insignito del Nobel per la pace. E che invece rientra nei ranghi della più banale routine di adepto delle potenti lobby di fabbricanti d’armi.

La comunità internazionale ha assistito di fatto impotente alla messa in atto di uno dei più incredibili (letteralmente, non credibile, poco verosimile) atti di aggressione degli ultimi decenni.

Quello contro la Libia, di fatto un paese sovrano – almeno entro i propri confini – ma che per propria malasorte si trova ad essere depositario (o semplicemente custode, per molti) di una ricchezza realmente strategica in idrocarburi. Gli esperti e grandi analisti di cose nordafricane (che di nordafrica mediterraneo si tratta, con buona pace di quanti, neo-esperti, semplificano la geografia di quest’area in una definizione perlomeno inesatta di mondo arabo) ci spiegheranno la genesi di questa aggressione violentissima arrampicandosi su pretestuose analogie con altri episodi di quella che già ha più denominazioni: di volta in volta la primavera araba, richiami alla rivoluzione dei garofani, qualcuno in Italia – forse nella generale ubriacatura patriottica di glorie peraltro poco repubblicane e molto sabaude – ha vagheggiato addirittura di un Risorgimento Arabo!

Kadhafi, sicuramente un dittatore, un despota, per i nostri parametri sicuramente non l’unico partendo da Myanmar, passando per Laos, perché no, la Cina, gran parte degli stati del cosidetto continente nero, e quindi personaggio difficilmente difendibile, agli occhi dell’italiano medio, adottando una definizione d’antan.

E pensare che i libici per primi sorridevano (nascostamente, di certo, Kadhafi non ha mai dimostrato di essere tollerante sulle burle alla propria persona) dei vezzi del proprio leader. Vezzi che peraltro egli riusciva ad imporre come mores usuali alle vittime dei suoi dileggi: una volta la tenda beduina all’Eliseo sussiegosamente subita da Sarkozy, un’altra il baciamano ed una serata di folkloristica  noia (cerimonia suggestiva, la definì un cronista di apparato, non sapendo cos’altro dire di quella discutibile e costosa pantomima) a Piazza di Siena.

Il problema di questi “statisti” europei, americani, era ed è lo stesso da tempi immemorabili: la presunzione. La presunzione e l’ignoranza, che per definizione vanno a braccetto, alimentandosi e confortandosi l’un l’altra, reciprocamente.

L’ignoranza proprio dei costumi di un’altra parte di mondo, talmente vicino ma talmente lontano dal loro modo di pensare  che essi non hanno mai trovato il tempo di provare a conoscere, a comprendere. Provare a farsi spiegare. Nemmeno questo, giacché, mal consigliati dai propri attaché che nella maggior parte dei casi si rivelano semplici lacché, personaggi autoreferenziali o figli di un carrierismo politico che mai è andato d’accordo con l’intraprendenza ma sempre si è genuflesso alla gerarchia, hanno strutturato il proprio percorso e le proprie decisioni sulla base di informazioni manipolate e convincimenti obsoleti e fuori luogo, più semplicemente inesatti.

E’ in questa fase che hanno mancato il loro ruolo, ridicolizzando sé stessi e quanti da loro venivano rappresentati, noi, giacché – che ci piaccia o meno – il gesto di uno, in rapporto a culture di stampo tradizionale, è rappresentativo del sentito di una collettività. Ancor più il gesto di un leader.

A tal proposito nessuno di certo può dire che Khadafi abbia mai brillato per spirito aperto o che il suo sistema di governo sia una democrazia rappresentativa di tutte le anime della sua nazione, questo è fuor di dubbio, però restiamo con i piedi per terra, è in corso una vera e propria guerra di aggressione con finalità tanto rapaci quanto manifeste. Tanto manifeste le intenzioni quanto palese è stata la campagna mediatica tesa a manipolare l’opinione pubblica pressoché mondiale, sottoposta ad un vero e proprio fuoco di fila di orchestrate menzogne, dai bombardamenti alla disponibilità di armi di distruzione di massa, la rievocazione nientemeno che del gas mostarda, un residuato degli incubi delle trincee del Carso e della Somme.

I beneinformati ci diranno – e presto magari ne leggeremo le gesta in qualche diario di ex combattenti (storia già veduta in occasione dei precedenti episodi iracheni) pubblicato in edizione economica – che i reparti delle SAS britanniche magari erano già in Cirenaica da tre/quattro settimane…a far che? Le sabbiature? Saranno mica andati a portare preventivi aiuti “umanitari” agli insorti? Insorti o ribelli? Da sempre la popolazione più orientale della Libia si dimostra  refrattaria al potere centrale, da sempre in Algeria la Cabilia propugna e difende una identità berbera  ben definita, nessuno ha proposto mai una No Fly Zone su Algeri durante la cosidetta Primavera Nera o durante la cruenta Primavera Cabila.

I bombardamenti mascherati da preparazione alla No Fly Zone avevano l’evidente scopo di rendere palesi agli occhi di futuribili eventuali osservatori dell’ONU le distruzioni causate in precedenza dai fantomatici bombardamenti “lealisti”.

Disarmante, per noi italiani, ed umiliante ancor più nella tanto condivisa enfasi patriottica della ricorrenza del 150° dell’Unità d’Italia, il vero e proprio voltafaccia davanti alla comunità internazionale, del nostro governo. Coeso, per la prima volta, destra e sinistra in gara  nel vero e proprio gioco al disimpegno dagli accordi.

Atteggiamento ingenuo perché sottobanco auspicato dalle tante potenze (anche ex-coloniali e dalla cattiva coscienza) che apparentemente rimaste al palo nelle trattative economiche più recenti con la Libia in realtà all’insaputa della maggioranza delle persone già avevano ben solidi rapporti economici (che è più comodo risolvere in via, diciamo così, stragiudiziale…)

Atteggiamento devastante in quanto rivelatore di un palese disprezzo della parola data e di quelli che – per un  cultura tradizionale – sono principi inviolabili.

L’immagine italiana al giorno d’oggi in Libia non era – checché ci dicano il contrario i vari storici che hanno tutto l’interesse a pontificare in merito di volta in volta su qualche nuovo dettaglio d’epoca coloniale, nella miglior delle ipotesi nell’enfasi evocativa della propria giovinezza –  quella dei carnefici di Omar al Mukhtar, l’immagine dell’italiano era una immagine dignitosa, fornita e consolidata dai tanti che erano restati là in passato, costruendo città neanche brutte, di quelli che dopo l’esodo ci erano tornati per lavorare nel mondo del petrolio, anche dei tanti che per passione – negli anni in cui l’Algeria era cambiata, dal ’92 al ’96 – avevano iniziato ad attraversare e conoscere quell’altra parte di Sahara. Anche questi viaggiatori erano stati messaggeri – molto più delle chiassose comitive dei villaggi turistici più avvezze a farsi turlupinare nelle botteghe delle Medina di tante città – di un rapporto dignitoso con quei luoghi, di una cultura del rispetto, curiosa degli usi veri della gente del deserto. Io ho avuto il privilegio di essere tra questi ed ho cercato – nel mio piccolo – di rappresentare al meglio l’Europa laggiù. Perché, ci piaccia o meno, si è sempre sottoposti ad esami e, ci piaccia o no, siamo noi, laggiù, in casa d’altri, a rappresentare una diversità, e per come noi agiamo verrà giudicato il nostro mondo.

L’immagine italiana era – dicevo – di dignità e rispettabilità.

Oggi non saprei dirlo.

Oggi non sono orgoglioso.

Non mi unisco al coro di quelli a cui “piace vincere facile”.

Ed è difficile far giungere la nostra voce a chi dovrebbe udirla, farne tesoro e rappresentarci ed invece forse mal consigliato, forse per arroganza, per calcolo,  invece ci delude.

Il 15 marzo, ancora qualche momento prima del precipitare degli eventi, in un personale delirio di partecipazione ho scritto una lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

So bene che non leggerà mai il mio grido di allarme. So bene che anche se ne avesse l’occasione sicuramente gli “esperti” che lo circondano e consigliano gli spiegherebbero, tranquillizzandolo in proposito,  che i miei riferimenti a cose già successe in passato, storia già avvenuta, errori già fatti da altre  di quelle che si fregiano del titolo di “potenze coloniali” in realtà sarebbero semplicemente suggestioni derivanti da letteratura di avventure o giù di lì.

I francesi in Algeria – è storia – impiegavano etnologi di fama per rapportarsi alle popolazioni locali ma al momento cruciale le decisioni venivano prese da funzionari e stati maggiori a dir poco da operetta.

Poi ho udito le parole del Presidente che ha ben scandito un concetto preciso: “Non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità ” in che senso lo avrà detto? Forse un seppur tardivo ravvedimento ed una sorta di mea-culpa? Nel senso di dire “abbiamo sbagliato, la storia ci condannerà per questo”?  Un rigurgito di buonsenso nel rifiuto dell’ulteriore inganno – dopo i falsi bombardamenti sulla folla dei primi giorni – e nel rigetto del concetto stesso di “bombe intelligenti”?

No, non c’era umiltà in quelle parole, non c’era quella pacata – seppur severa – saggezza che avevo imparato a riconoscere da ragazzo nei racconti del nonno, quel nonno che ci raccontava della propria gioventù e di quella di tanti altri come lui che avevano veduto davvero la morte in faccia, lassù vicino Gorizia, tra i fili spinati. Oppure il racconto degli escamotage per far arrivare un pacco pieno di pane agli ebrei rifugiati in uno scantinato di una canonica, lassù a Monte Mario, in una Roma occupata dai tedeschi.

Chi la guerra l’ha veduta davvero, non l’augura a nessuno. A  meno d’esser matti.

Perché il pensar di chiamare umanitaria una guerra è davvero una bella perversione.

Perché il chiamare soccorso il bombardamento di città vuol dire aver dei problemi seri  e significa pensare che anche gli altri – che ascoltano – ce li abbiano.

Perché il non capire che il nordafrica è altra cosa da “il mondo arabo” è disinformazione grave.

Perché il dar l’immagine di una Europa sleale, dirimpetto a culture e realtà di stampo tradizionale è una colpa grave.

Perché il fraintendere tradizionale con arcaico è pericolosa  ignoranza.

No, una concreta intelligenza politica e strategica ci avrebbe – non ultimo – evitata l’invasione concentrata di migliaia di migranti, sversati sulle rive nordafricane del Mediterraneo dalla mancanza di un “vaglio” intermedio. Cinismo anche il mio, ma come non sorridere amaramente alle notizie diffuse in merito a libici in fuga, libici migranti. I libici in questi anni non hanno mai emigrato. La Libia – ripeto, sicuramente non una democrazia, non sto difendendo a spada tratta Khadafi – pagava sussidi di disoccupazione, in Libia – giusto o sbagliato, ma è esattamente quel che succede da noi – i lavori umili e faticosi li facevano gli immigrati. In qualche modo un po’ di quella ricchezza ritornava anche al cittadino comune, cosa che sicuramente non accade dove si è voluto instaurare qualche regime fantoccio di burocrati mercenari.

No, una vera saggezza  ci avrebbe consentito di operare – da protagonisti – in quel percorso di riscoperta delle identità etniche, delle analogie culturali  profonde che legano i paesi mediterranei, argomento dibattuto da decenni da antropologi, etnologi, comunque da uomini di cultura, non da uomini di caserma, ci avrebbe fose evitato di  ridurci ad inseguire il bullo del quartiere che ha deciso di essere il primo  a  bombardare in casa d’altri.

Peccato, stavolta, non vedere le bandiere arcobaleno distese su viali e palazzi, un’occasione perduta per il buonsenso.

Ma già, cosa chiedeva al TG3 pochi giorni fa la “giornalista” Annunziata ad un imbarazzatissimo Luttwak? “Quanto ci metterà Gheddafi a levarsi di torno?”

Non hanno ancora capito che il rispetto e l’amor proprio per qualcuno possono essere ancora dei valori. Ed il rispetto è dovuto a chi se lo merita, amico o nemico.

E’ qui l’errore, è qui il gap invalicabile, l’arroganza di essere – a prescindere –  dalla parte della ragione, perché l’abbiamo deciso noi.

Gott mit uns – la fibbia del cinturone dei soldati del Terzo Reich – Dio è con noi.

“Siamo nel giusto” sentenzia Obama. Ma lui è Nobel per la Pace.

Qui di seguito il vano appello a Napolitano.

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